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Auguri a tutti per il 2015 e al Parlamento perchè attui le riforme che gli italiani attendono
Il testo dell' intervento alla Camera di Francesco Sanna nella discussione sulla Riforma Costituzionale

La conclusione dei lavori parlamentari nel 2014 è stata caratterizzata dai temi delle riforme: da quella per il lavoro, a quella elettorale e sopratutto la riforma più complessa che riguarda il bicameralismo paritario e la riduzione del numero dei parlamentari. Nel testo sotto potete leggere l'intervento ( o guardare il video) che ho svolto, su questo argomento, nell'Aula della Camera prima della pausa per le festività natalizie.

L'impegno per le riforme il Partito Democratico l'ha posto al centro della sua agenda politica, perchè l'Italia ha necessità di ammodernare le sue istituzioni, per renderle più vicine ai cittadini e per ridare fiducia agli italiani . Sono anni difficili, attraversati da una grave crisi economica che mette in difficoltà tante famiglie. Il 2015 viene indicato come l'anno nel quale forse cominceremo a risalire la china e tornare a guardare al futuro con maggiore speranza.

Questo è il sentimento che anima il mio lavoro e quello dei colleghi democratici in Parlamento, che riprende oggi, dopo l'Epifania, con l'assemblea congiunta dei deputati e dei senatori. Questo è l'augurio che faccio a ciascuno di noi per il 2015.

Francesco Sanna

Presidente, colleghi, rappresentante del Governo,

credo che questi ultimi scampoli della nostra discussione sulle linee generali delle riforma costituzionale servano, più che per esporre in maniera sistematica quello che è venuto fuori dal lavoro del Senato prima e della Commissione affari costituzionali della Camera dopo, a sviluppare un'interlocuzione vera tra di noi: secondo uno spirito costituente e secondo uno spirito parlamentare. Cioè, semplicemente secondo uno spirito aperto di chi dice, di chi ascolta e di chi interagisce con gli argomenti.

Sarebbe infatti abbastanza triste, come in parte questo dibattito ha dimostrato, che noi fossimo semplicemente capaci di una riaffermazione stanca e, in quanto stanca, sempre più gridata dei nostri teoremi, delle nostre ideologie. Sarebbe stato certamente molto meglio, per un'accuratezza dei nostri lavori, per una più larga loro pubblicità, per una loro maggiore possibilità di essere discussi anche nell'opinione pubblica, nelle università, nelle amministrazioni locali, nei luoghi dove si realizza la democrazia, sulla rete internet, realizzare quello che il disegno di revisione provvisoria dell'articolo 138 della Costituzione aveva suggerito di fare.

Lo voglio dire anche se non è più presente in Aula nessuno del MoVimento 5 Stelle – e questo è un po’ il simbolo della sua partecipazione alla revisione costituzionale – forza politica che a quella riforma si è opposta con forza.

Eravamo arrivati sino all'ultimo miglio per rendere possibile una discussione più ordinata ed una decisione più partecipata, della riforma costituzionale.  Prevedevamo un primo lavoro unitario del Parlamento, in una commissione bicamerale che, insieme ai colleghi del Senato e similmente a quanto fece la Commissione dei settantacinque nella Costituente, redigesse un primo testo poi da consegnare alla discussione di entrambe le Camere. Ma con una concentrazione di riflessione e con una capacità di rendere evidenti i grumi problematici dalle cose che dovevamo cambiare e che dobbiamo cambiare.

Mentre l'esame di ogni singolo ramo del Parlamento, la navette a cui stiamo sottoponendo questo testo consegnatoci dal Senato e la impossibilità per noi della Camera di essere lì a Palazzo Madama e per loro oggi di essere qui, ci ha sostanzialmente impedito di discutere insieme e  rende molto più faticoso questo nostro lavoro.

Avevamo anche la possibilità, senza bisogno di ricorrere allo stratagemma di far mancare il quorum dei due terzi degli aventi diritto, di procedere al referendum popolare confermativo per far diventare efficace la riforma costituzionale. Lo si prevedeva nella modifica dell'articolo 138 provvisorio; e c'era una cosa importantissima e cioè l'eliminazione, non di tutto ma tendenzialmente di quasi tutto, dell'effetto del premio di maggioranza nella composizione di quella Commissione bicamerale.

Chi in questa Aula ha parlato della mancanza dello spirito costituente e chi fuori da questa Aula ha scritto appelli contro l'autoritarismo strisciante e sulla impossibilità per questo Parlamento di ricorrere ad una fase di revisione costituzionale profonda, anche se non tocca i principi fondamentali della nostra Carta, deve riconoscere che quello è stato un tentativo positivo per eliminare gli effetti del sistema elettorale maggioritario nella fase di revisione della Costituzione, di rendere più razionale il nostro lavoro. E se ciò non si è potuto fare lo si deve a chi si è sottratto al dibattito e al voto finale, come ha fatto il MoVimento 5 Stelle e alla deriva, direi un po’ irrazionale, non nel dibattito ma nel voto finale, di Forza Italia. Le politiche costituzionali di Forza Italia, la prospettiva che lega le posizioni su singoli punti manifestati nel dibattito e nel voto anche in questa Camera io sinceramente non sono riuscito proprio a capirle.
 
  È, comunque, una costante che, quando si discute di Costituzione, ci sia sempre qualcuno che dica che bisogna fare di più, ed è giusto, che bisogna fare meglio, ed è giusto, e che chi se ne occupa è sempre malfermo, è sempre incapace, è sempre alla fine non perfettamente affidabile rispetto alla materia che gli è assegnata. E forse questo è meno giusto.

  Nel marzo del 1947 un uomo anziano e molto importante nella cultura italiana di allora, Benedetto Croce – perché la Costituzione l'hanno scritta le classi dirigenti giovani dell'Italia del dopoguerra ma alcuni sigilli li hanno messi anche i grandi vecchi della cultura e della politica – criticava duramente il lavoro fatto nella Assemblea Costituente dalla Commissione dei settantacinque presieduta da Ruini e dove c'erano Terracini, Moro, Dossetti, La Pira, Togliatti, il meglio della cultura politica dell'Italia uscita dalla Resistenza. Per Croce la redazione di quel progetto di Costituzione non era felicemente riuscita proprio per essere stata, diceva così, «scritta da più persone in concorso». E inoltre egli accusava la «partitomania», la causa ben trasparente dei negoziati accaduti tra i rappresentanti dei partiti che "hanno messo capo a un reciproco concedere ed ottenere, appagando alla meglio o alla peggio le richieste di ciascuno".

Ricordo il giudizio di Benedetto Croce sul primo testo che fu alla base di quella che per molti di noi è una grande Costituzione, un grande esempio del costituzionalismo europeo, perché egli lo degradava sostanzialmente ad un non voglio dire mercimonio, ma sicuramente a prodotto mediocre di un negoziato tra i partiti di allora, e perché tale atteggiamento pone in luce una critica costante ma sbagliata che oggi ci vede, si licet parva, essere accomunati a quelli di allora.

Questo sguardo verso la revisione costituzionale, che secondo i critici avrebbe alla fine prodotto un risultato non all'altezza delle esigenze del nostro sistema politico, della modernizzazione delle nostre istituzioni, forse dovrebbe recare una maggiore indulgenza verso chi, invece, si è voluto cimentare in quest'opera e ha realizzato un lavoro direi positivo, nell'ottica di quel compromesso costituzionale che già alla Assemblea Costituente si aveva sperimentato.

Infatti, non basta affermare - come fanno i critici - che un punto dell'elaborazione costituzionale va male, che questo o quell'istituto può essere migliorato, può essere reso meglio rispetto a un'idea di democrazia e a un'idea di funzionamento delle istituzioni della democrazia. Bisogna, poi, essere capaci insieme sia delle proposte alternative, sia della sintesi finale nel voto. Una sintesi finale nel voto vuole dire che noi, le forze politiche in Parlamento, possiamo e dobbiamo fare accordi, nel senso del compromesso costituzionale tra le forze politiche che - anche nella distinzione su singoli punti - in conclusione votano a favore e rendono possibile l'approvazione della revisione costituzionale.

È per questo motivo che mi soffermo con alcuni accenni su titoli della riforma ancora non completamente condivisi da tutti coloro che si sono misurati con l'elaborazione della revisione costituzionale.  Alcuni di questi punti sono oggetto di una discussione interna al Partito Democratico: nell'assenza di idee di altri, così come diceva un grande della nostra democrazia -  Aldo Moro - rispetto al suo partito, abbiamo dovuto essere alternativi a noi stessi. Abbiamo dovuto fare il ruolo della maggioranza e il ruolo di un'opposizione su questi temi costituzionali, ed è stata una dialettica positiva e utile per tutti.
 
Però, lo voglio dire ai colleghi che, come poco fa Gianni Cuperlo,   hanno messo in discussione e in contrapposizione l'autorevolezza del nuovo Senato, in quanto eletto indirettamente, penso non si possa sostenere che il modo di elezione sia causa di mancanza di autorevolezza se poi tutti noi insieme volevamo, come opzione principale, il Senato delle regioni sul modello del Bundesrat tedesco. Perché il Senato delle regioni, mi verrebbe da dire il Bundesrat italiano, sarebbe un Senato non eletto da nessuno, ma integralmente nominato dai venti presidenti delle regioni italiane. Essi sì sono eletti, ma le loro giunte sono tutte nominate, secondo uno schema di sistema presidenziale puro, senza alcun bisogno di ratifica parlamentare.

Quindi, noi democratici volevamo superare il bicameralismo paritario istituendo il Senato delle regioni, ma il tempo trascorso ed il dibattito che si è sviluppato ci ha reso consapevoli che quel tipo di Senato, autorevolissimo in Germania, oggi in Italia rischiava di essere una camera monocolore, una sorta di assemblea nazionale degli amministratori regionali del Partito Democratico,

Per questo motivo il Senato delle regioni, al di là del favore del Partito Democratico,  non ha ricevuto alcun consenso da tutte le altre forze parlamentari di maggioranza e di opposizione. Queste posizioni hanno portato ad un Senato con una composizione politica differenziata e politicamente pluralista, tramite un'elezione di secondo grado che vedesse anche la rappresentanza delle minoranze dei consigli regionali e con una rappresentanza delle autonomie locali. Partecipazione dei Comuni fortemente discussa e contrastata, come sappiamo.

Ma poiché in questo nostro Paese le regioni le abbiamo pensate 70 anni fa ma i comuni  li ha inventati Dio, erano destinati a soccombere coloro che i sindaci li volevano fuori dal Senato delle autonomie, sostenendo che ... non ci facevan nulla. E quindi gli ottomila sindaci italiani, le municipalità e le storie delle nostre comunità pesano nella trama delle nostre istituzioni, e meno male peseranno anche nella nuova configurazione del Senato !
Dobbiamo dunque evitare, queste contrapposizioni un poco artificiali, gli argomenti che si elidono l'un l'altro.  

Circa la valutazione preventiva della Corte costituzionale sulla legge elettorale, sono molto d'accordo quando noi la inseriamo in Costituzione come istituto nuovo ed eccezionale,  che addirittura sospende sino al pronunciamento del collegio la promulgazione della legge. Il sindacato preventivo della Corte è configurato come diritto di una minoranza di evidenziare che in quella delibera parlamentare, non ancora legge elettorale, c’è un baco di illegittimità costituzionale. È onere della minoranza evidenziare, persuasivamente, che c’è un motivo specifico di illegittimità, essa non può limitarsi a dire genericamente: "questa legge non mi piace", come il presepe di casa nel Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo.
 
  Non è possibile, né opportuno trasformare la Corte costituzionale in camera suprema dell'indirizzo politico, perché così avverrebbe se vi fosse, questa è la mia opinione, una valutazione automatica e senza chiari motivi di contestazione della legge elettorale. La valutazione automatica e senza motivi imporrebbe difatti alla Corte costituzionale di forgiarsi un suo modello ideale e astratto, di optimum fra i sistemi elettorali e imporlo, con il crisma del criterio di legittimità costituzionale, ad un Parlamento che, invece, avesse elaborato la regola elettorale in maniera differente. 

Molto meglio quello che abbiamo scritto concordemente nella modifica della Costituzione e molto meglio, a mio avviso, lasciare così le cose per la nuova legge elettorale. Perché il nuovo sistema elettorale, che arriverà prima della riforma della Costituzione, sarà una legge elettorale promulgata e quindi efficace, ma che ciascun cittadino – ne basta uno, secondo quello che ci ha spiegato la Corte costituzionale nella sentenza n. 1 del 2014, che vada davanti a un giudice e gli chieda se il suo diritto di cittadino italiano è potenzialmente leso, non concretamente leso, non serve che arriviamo alle elezioni, ma anche solo potenzialmente leso da quelle disposizioni elettorali – potrà mandare davanti alla Corte, che a quel punto la giudicherebbe così come ha giudicato la precedente legge elettorale.
 
  Questi sono parti della revisione costituzionale che avremo modo di vedere quando discuteremo le proposte emendative, insieme a tante altre. Io credo che dal lavoro che abbiamo fatto trovi sostegno nelle istituzioni una democrazia più matura, una democrazia più forte, una democrazia - come distingueva con efficacia Leopoldo Elia -  non governata ma governante. Non governata perché non c’è un potere esorbitante dell'Esecutivo, ma c’è un equilibrio tra i poteri; democrazia governante perché noi usciamo dall'ideologia e dalla prudenza dei nostri costituenti, dei nostri padri di settant'anni fa, quando scrissero una forma di Governo eccessivamente mirata a contrastare le possibilità di governo di chi vinceva le elezioni. Alla Costituente, una parte non si fidava dell'altra sotto il profilo democratico e, quindi si è mantenuto debole debole il potere dell'Esecutivo. 

Oggi i tempi sono cambiati, oggi siamo in un contesto di democrazia matura e ci possiamo permettere più Governo e ci possiamo permettere più Parlamento. Piuttosto, noi parlamentari dobbiamo fidarci di più di noi stessi membri delle Camere, quando elaboriamo le nuove regole guardando al loro concreto funzionamento. I parlamentari non sono poveri burattini nelle mani di quattro capi partito, e quando ragioniamo del Parlamento e del Governo, ragioniamo di poteri in dialogo, ma anche di un possibile contrasto tra loro, e in questo conflitto la regola costituzionale che confermiamo afferma che vince il Parlamento.
* * * * *
Ritorno a quel Benedetto Croce che, quando criticava il primo risultato della elaborazione della Carta fondamentale, in quei tempi decisivi per la storia del nostro Paese, lo contestava con la cultura del suo ieri e con la testa rivolta al passato.

Egli chiudeva polemicamente il suo intervento davanti ai deputati della Costituente invocando, lui laico, in alternativa a quel metodo di compromesso costituzionale che ho voluto ricordare e a quelle sintesi provvisoriamente raggiunte, la discesa dello Spirito Santo su tutti loro:
Veni, Creator Spiritus, mentes tuorum visita.

Io credo che non guasti ma non basti rivolgersi alla capacità di Dio di infondere nelle nostre menti l'illuminazione ... politica. Si tratta oggi di far riferimento fiducioso alla nostra cultura, alla nostra capacità, alla nostra storia, quella che nelle prossime settimane questa Camera, questo Paese, e questi parlamentari che hanno preso in mano la delicatissima materia della revisione costituzionale, riusciranno a dimostrare di essere all'altezza di portare a termine.

(Roma, Aula della Camera dei deputati, 17 dicembre 2014)