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Il destino della Sardegna nel tempo delle riforme istituzionali
L'Intervento di Francesco Sanna al convegno dell'Associazione Ex parlamentari, Cagliari, sede Fondazione Banco di Sardegna, 18 aprile 2015.

Buongiorno e grazie dell’ospitalità

Inizio esprimendo un pensiero, forse sono il primo a farlo tra quelli che hanno parlato sino adesso, di cordiale dissenso sulla ricostruzione- diciamo così- drammatizzata che il presidente dell'associazione ha voluto offrirci con la sua introduzione, rispetto a cosa sta avvenendo sul versante delle riforme costituzionali.

Voglio ricostruire questo punto di partenza perché altrimenti non ci si capisce rispetto a quello che avviene e che  poi attiene alla responsabilità di ciascuno di noi. Perché è chiaro che uno può certamente ragionare in termini di indirizzi di partito, di “comunità di destino” con le sue regole,  ma poi quando si vota, su una norma di rango costituzionale o sulla Costituzione stessa, la responsabilità è del singolo parlamentare che, come sappiamo, si può esprimere senza il vincolo del mandato politico del suo partito o addirittura decidendo di romperlo quel mandato politico se il valore che deve difendere e proteggere è più importante.

Questa legislatura si è aperta con una “non maggioranza”,  perché al Senato non c'era una maggioranza di sostegno al Governo da parte delle forze politiche che sono state investite del premio di maggioranza alla Camera. E tra queste ultime forze, venti giorni dopo l'inizio della legislatura, si è manifestata una rottura politica, tra l'altro non sul governo ma sull'elezione del primo organo di garanzia cioè il Presidente della repubblica.  Mi riferisco alla rottura tra Sel e il Partito Democratico, e voglio ricordare che SEL, tra gli impegni che portarono al patto “Italia bene comune” si era invece addirittura impegnata a costituire un unico gruppo parlamentare con il PD.

Sono presenti nella realtà politica del Paese due forze che hanno una loro originalissima interpretazione di come si sta nel Parlamento, quando ad esso viene richiesto di fare le riforme istituzionali. Una è il Movimento Cinque Stelle, per il quale o non bisogna farle, o se bisogna farle c'è dietro una carica così polemica o di totale alterità rispetto alla nostra storia costituzionale, per la quale tutto è un complotto o il prodotto di un malaffare, tutto un giudicare la storia, recente lontana del Paese, ovviamente una storia di errori. E’ complicatissimo stare a un tavolo di riforme con un movimento con siffatta impostazione, che comunque nel 2013 ha preso il 25% del voto del Popolo italiano.

Abbiamo un'altra formazione politica, Forza Italia, che arrivata terza con circa il 20% del voto del popolo italiano, ritiene di poter dire – così come dice nel giro di poche settimane- sullo stesso tema tutto e il contrario di tutto. Votando in un modo al Senato e in un altro alla Camera. L'originalità di questo "pensiero tattico", estremamente tattico, legato ovviamente a una struttura un po' padronale- ma nemmeno più tanto- di quel partito è il fatto che, anche qui, una posizione sul contenuto delle riforme costituzionali e della legge elettorale, parte non non dal merito e dai contenuti, ma dal fatto che nella elezione del Capo dello Stato, si è scelto Sergio Mattarella e non si è scelto quello che voleva Berlusconi. Da quel momento si è deciso ( in F.I) di cambiare completamente l'impostazione sulla legge elettorale e – vien detto – sulle riforme costituzionali.

Questo è il contesto in cui operiamo. Potrei dire che siamo di fronte a quello che veniva definito 25\30 anni fa il paradosso di Zagrebelsky:  " Vogliamo le riforme perché non si riesce più a decidere ma la riforma della Costituzione è essa stessa la massima decisione ipotizzabile, e quanto maggiore si manifesta la disgregazione tanto maggiore è la necessità della riforma, ma tanto più questa è necessaria tanto più è difficile".

Allora, noi potevamo dire in questa legislatura: non si può più far nulla, ritorniamo alle elezioni con un sistema elettorale ( la Corte costituzionale non aveva ancora dichiarato illegittima la "legge Calderoli") che avrebbe con molta probabilità riportato alla necessità di larghe intese per la formazione del Governo. Invece si è deciso diversamente. Questa, quindi, è una legislatura nella quale esiste una maggioranza per la quale o si  portano a casa le riforme, al meglio dei contenuti e al meglio del metodo democratico, oppure non ha ragione di essere e si chiude qui.

Chiuderla qui però significava – come dicevo – e significa, infliggere al Paese un meccanismo perenne di larghe intese, ritornando a votare col sistema elettorale definito dalla sentenza n.1\2014 della Corte costituzionale, un sistema sostanzialmente proporzionale puro, con un bicameralismo paritario, quello che conosciamo e che tutti, più o meno, vogliamo cambiare. Ritengo, insieme a tanti, che si tratterebbe di una "violenza politica" evitabile,  rispetto alla natura politica di movimenti che sono radicalmente diversi per programmi, culture e istanze rappresentate.

Ma sarebbe significato anche riportare nelle mani del Presidente della Repubblica un potere di definizione delle maggioranze politiche che io credo sia ormai anacronistico e debba essere superato. Anche il Presidente Napolitano, la cui presidenza è stata vista, insieme a quella di Oscar Luigi Scalfaro, come il massimo di questa espansione del potere “a fisarmonica” del Presidente della Repubblica, alla fine ha dovuto lavorare con pesi parlamentari che erano derivati da una legge elettorale che ha comunque determinato un premio di maggioranza alla Camera. Adesso se venisse fuori un Parlamento frastagliato come quello che determinerebbe l’applicazione del cosiddetto "Consultellum" io non so cosa potrebbe fare il Presidente Mattarella.

Ecco questo è il mondo entro il quale noi dobbiamo lavorare alle riforme.  Si poteva fare meglio? Certo che si poteva fare meglio. La legge costituzionale che provvisoriamente modificava l'art. 138 della Costituzione, proposta dal Governo Letta o meglio dalla maggioranza che sosteneva allora il Governo, anche lì impallinata all'ultimo momento dalla retromarcia di Forza Italia dopo la decadenza di Berlusconi aveva, nella prevista organizzazione bicamerale, quasi del tutto sterilizzato il premio di maggioranza.

C'era un metodo più da costituente nella definizione degli organismi, c'era il dialogo immediato fra Senato e Camera, ma quella  modifica transitoria del 138 non è stata fatta ed è stato un errore. Quella riforma non si è fatta anche per la sollevazione corale dell'intellettualità della sinistra che- immediatamente- quando c'è una cosa che non le piace, non è che dice " non mi piace ed è opinabile perché non mi piaccia" ma grida al golpe e alla deriva autoritaria.

Finisco qui la mia introduzione per dire che non siamo in balia di una deriva autoritaria, ma solo di fronte ad un'opinione difforme su una concezione della Costituzione, su un istituto della Costituzione, su come riformarla, ed è il caso di considerare questa la normalità del ragionamento e del confronto politico.

Tre appunti su: riforme costituzionali nazionali e Consiglio regionale / Regione Sardegna.
Una riforma significativa del Consiglio regionale è stata fatta con la legge costituzionale n.3\ 2013 e non riguardava solo i numeri del Consiglio regionale. Era una riforma che riteneva centrale  il dibattito sulla parità di genere. Il dibattito della revisione costituzionale è stato disseminato di attestazioni circa la volontà del legislatore costituzionale sul fatto che le misure per favorire la parità di genere dovesse essere un obbligo a carico del legislatore regionale, il quale non se ne è curato tanto. Sotto questo profilo metto in guardia su quella che potrebbe essere una valutazione costituzionale della legge elettorale attuale della Regione Sardegna. Invece era affidato alla discrezionalità del legislatore regionale della legge elettorale il superamento del principio del voto uguale, col possibile rafforzamento di rappresentanza delle zone spopolate della Sardegna.

Abbiamo introdotto lì, ed è stata una cosa e di grande novità, il principio per cui una porzione territoriale importante della Sardegna  poteva essere più rappresentata in Consiglio rispetto alla sua consistenza demografica. Sulla base di un'idea di comunità sarda che se voleva il Consiglio regionale poteva adottare: ma non l'ha fatto.

Anche qui: qual è la relazione tra riforme costituzionali e lo Statuto, tra una riforma costituzionale e la potestà politica piena di sovranità interna della Regione? Si dovrebbe attuare attraverso l'esercizio del potere legislativo in Sardegna, sulle questioni istituzionali: forse è il caso di riprendere in mano quella vicenda.

C'è un tema che riguarda la Sardegna se venisse confermato lo schema della riforma costituzionale, con il Senato delle Regioni e delle Autonomie? Sì, riguarda la Sardegna perché anche nell'Isola le forze politiche dovranno realizzare al proprio interno una convenzione politico-costituzionale per la quale due consiglieri regionali e un sindaco saranno eletti senatori secondo una dinamica politica che avrà riguardo alla consistenza delle forze in Consiglio Regionale.  Tutte le forze politiche, tranne il Partito Democratico,  quando si è trattato di dirlo veramente hanno rifiutato l'impostazione del Bundesrat, che sarebbe stata una cosa razionale. Il difetto di quel modello è che avremmo trasformato il Senato delle Regioni e delle Autonomie in un'assemblea nazionale degli amministratori regionali del Partito Democratico, perché questo è il Bundesrat: è la rappresentanza con delega delle Giunte regionali, questa è la traduzione italiana del Bundesrat.

Ultimo punto: attacco alla specialità. E' vero, esiste. Guardate è molto facile venire a parlare di specialità in Sardegna, perché scatta la logica difensiva, orgogliosa. Io inviterei sempre quando si fanno convegni in Sardegna sulla "Specialità" a chiamare un parlamentare nazionale, a rotazione magari, di un'altra regione ordinaria, una povera e una ricca magari,  e chiamare qualche altro amministratore regionale di altre regioni. Così si dinamizza e rendiamo più brillante il dibattito, perché farlo tra noi siamo sempre d'accordo.

Se dibattessimo con il resto del mondo registreremmo la critica al sistema delle regioni speciali. Ci sono due modi in cui si articola questa critica: una è basata sulle strutture differenziate delle entrate. In poche parole, vi diamo troppi soldi, oppure ve ne trattenete troppi per le funzioni che svolgete.

Ma ce n'è una nuova che è quella che Rossi ( il Presidente della Regione Toscana) ha detto nella sua polemica politica in occasione delle elezioni regionali toscane, nella polemica nazionale con Debora Serracchiani ( la Presidente del Friuli Venezia Giulia); un confronto  nel quale la Serracchiani ha parlato per difendere le Regioni Speciali.

La critica cioè non riguarda solo i soldi ma la nuova geopolitica istituzionale, con la proposta respinta con un voto dalla Camera ma con molte suggestioni raccontate in tanti interventi di esponenti di tutti i partiti di maggioranza e di opposizione. Si tratta della possibile istituzione delle cosiddette macroregioni italiane, passando da 20 Regioni a 5\6 macroregioni. Nella quale ridefinizione però si perderebbe la specialità delle Regioni autonome che conosciamo.

Riforma dello Statuto: cosa e quando? E' stato chiesto dall’assessore Cristiano Erriu  e da diversi altri che sono intervenuti. Abbiamo ottenuto che subito dopo la discussione della riforma della Legge elettorale, alla Camera si programmi una sessione che riguardi la riforma degli Statuti. Al Senato è già iniziata, nel senso che sta per andare in Aula la riforma dello Statuto del Friuli, proprio sulla materia Autonomie locali. Qui Gian Claudio Bressa ( sottosegretario agli Affari regionali) che segue il provvedimento lo potrà dire. Per quanto riguarda noi alla Camera, ci sarà senz'altro il progetto del Consiglio regionale ma anche-  lo annuncio in questa sede - un progetto di legge del Partito Democratico che elabora i temi del rapporto tra autonomie locali e Regione, e anche il potere regolamentare dell'Esecutivo rispetto al Consiglio. Quindi quella sarà l'occasione di una discussione con la Giunta e con il Consiglio sul tema.

Norme di attuazione. Qui abbiamo un problema grande come una casa. E' chiaro che nella riforma costituzionale c'è un tema suggestivo: se c'è una Regione forte la riforma dello Statuto si può fare attraverso un utilizzo, previsto per la prima volta nella Costituzione Italiana, delle norme di attuazione. Ma ci dev'essere una Regione forte e ci dev'essere un Governo che mette al riparo questo dibattito dalle polemiche elettorali: perché lo strumento della legislazione negoziata – questo il senso delle norme di attuazione -  è stato scelto, sicuramente, per metterci al riparo da questo.

Ma Regione forte vuol dire anche dibattito forte su questi temi: recupero di profili di identità, di credibilità politico-amministrativa. Le norme di attuazione converrà, infatti, utilizzarle rapidamente per una questione che è stata qui evocata in chiave regionale, io la richiamo in chiave nazionale. L’Italicum ( la riforma della legge elettorale) prevede dei collegi elettorali che verrebbero a comporsi sulla base di criteri il cui primo e prevalente è quello di mantenere aggregati territoriali, dove ci sia forte continuità del territorio. Anche nei vecchi collegi della "Legge Mattarella" era così, con qualche insuccesso di risultato ma era così. Ma le province erano le rappresentazioni amministrative di questa unità di cultura e territorio.

Oggi, poiché i collegi avranno una dimensione di circa 500\600 mila abitanti in Sardegna, sicuramente si pone un problema per capire quali province dobbiamo considerare. Per esempio nella provincia di Cagliari quale confine consideriamo? Quello della riforma regionale che ha preso pezzi della provincia di Nuoro e dell’Ogliastra ed ha modificato la tradizionale definizione geopolitica sarda o quale?  Ecco io lo dico perchè se si approva così com'è l'Italicum può darsi che il tema debba essere definito molto rapidamente. Anche questo problema potrebbe essere risolto, ne ho parlato anche con Gianclaudio Bressa- magari dirà qualcosa anche lui - da una disposizione di attuazione che per la prima volta entri nel merito di una definizione territoriale, piuttosto che sulle questioni tradizionali di trasferimento di personale e di competenze trasferite alla Regione.

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