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Ecco perché D'alema sbaglia a citare Marchesi per giustificare il suo no alla riforma costituzionale
Può esserci nobiltà in chi dissente, ma altrettanta lungimirante visione può trovarsi in chi prevale. Il mio articolo su L'Unità ( 31.8.2016)

Da un Ballarò di fine giugno a tutte le interviste e Feste dell’Unità in cui parla della riforma costituzionale, Massimo D’Alema motiva un concetto giusto – la libertà di coscienza nel voto al referendum costituzionale – con un fatto storico di cui racconta solo il prologo, ma non il finale. Così cambiandone il senso.

Egli ricorda sempre che sull’articolo 7 della Costituzione (“Lo Stato e la Chiesa Cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani…), il deputato comunista e noto professore di letteratura Concetto Marchesi disobbedì al segretario del Pci Togliatti e votò contro. Siccome il Pci era un partito molto disciplinato, dove il voto in dissenso poteva costare parecchio, da lì viene la lezione della libertà di coscienza.

Sin qui tutto vero, tranne che non si trattò di un “no” ma di una mancata partecipazione al voto e che secondo alcune ricostruzioni Marchesi ricevette una autorizzazione implicita dal “Migliore” ( leggi tutto l'articolo su L'Unità).

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