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Intervento nel dibattito sulla Mozione di Sinistra Italiana sulla legge elettorale
Aula della Camera, lunedý 19 settembre 2016

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Sanna. Ne ha facoltà.


 FRANCESCO SANNA. Presidente, colleghi e signori in rappresentanza del Governo, voglio premettere che mi sembra metodologicamente utile affermare che con tutte le parole che diciamo in quest'Aula in occasione della discussione della mozione, anche se la mozione ce ne dà l'occasione, non intendiamo fare, con le nostre opinioni, alcuna indebita pressione nei confronti della libertà della Corte costituzionale di decidere circa i profili di legittimità costituzionale che sono stati denunciati da diversi tribunali a carico della legge n.52/2015, del cosiddetto Italicum, e che sono al vaglio di un'udienza pubblica che si tiene da qui a circa due settimane.


Questo lo voglio dire, perché nel ragionamento che voglio sottoporre, innanzitutto, ai presentatori della mozione, ma anche ai gruppi parlamentari che hanno voluto intervenire in questa discussione generale, io ritengo che in un tempo in cui troppo forte grida il pensiero debole, circa la riforma costituzionale, circa la legge elettorale, un minimo indefettibile di serenità nei rapporti istituzionali ci debba portare a rispettare le competenze degli organi di garanzia che nella nostra campagna sulla riforma costituzionale e anche sulla legge elettorale diciamo essere al centro, come obiettivo, di qualsiasi nostra intenzione. È dunque su un crinale di rischio che il Parlamento discute sull'opportunità di prendere un'iniziativa, perché essa dà per scontato che il rilievo di illegittimità costituzionale che affetterebbe la legge elettorale in vigore sia effettivamente rilevato.


Voglio dire ai presentatori, all'onorevole Scotto che ha svolto con la consueta sagacia il suo argomento, che mi pare che non siano totalmente, soprattutto nell'intenzione di chi ha votato l'Italicum, lontanamente sovrapponibili le ragioni di illegittimità costituzionale riscontrate nella legge elettorale n.270/2005, il cosiddetto Porcellum, e il prodotto di una discussione che noi abbiamo fatto, di una discussione che è arrivata ad una conclusione; una conclusione, questa sì, che non poteva mancare dopo la sentenza della Corte costituzionale n.1 del 2014.


Vorrei ricordare il contesto in cui storicamente ha operato il Parlamento. Anche se il tempo non è certamente quello dei decenni, a volte la memoria breve difetta e, quindi, ricordiamo che nella prima metà del gennaio 2014, con quella sentenza abbiamo avuto improvvisamente – e anche direi, nonostante un'iniziativa che il Partito Democratico aveva preso esattamente qualche giorno prima proprio sui temi della legge elettorale – un Parlamento richiesto di un pronunciamento il più veloce e ponderato possibile, rispetto al fatto che la legge elettorale n.270 del 2005, nei suoi elementi più importanti, non c'era più. C'era un residuato di legge, costruito dai ritagli di legittimità costituzionale che la Corte ha operato, una legge che riportava il Paese – proprio per evitare che, per esempio, fosse amputato il potere di scioglimento della Camera e del Senato da parte del Presidente della Repubblica – ad un sistema elettorale sostanzialmente “proporzionale puro”, come quello che ho sentito evocare nell'intervento del rappresentante del MoVimento 5 Stelle, l'onorevole Cecconi, e che certamente può valere come rete di protezione transitoria per la democrazia parlamentare italiana. Ma non può certamente valere come momento e punto di caduta di una riflessione matura sulla democrazia dell'alternanza, che in questo Paese io credo si sia compiuta più di vent'anni fa.


Più di vent'anni fa il popolo ha scelto e il movimento referendario gli ha dato il polmone democratico perché questo si affermasse. Ha scelto di passare da un'idea di democrazia bloccata. Poiché culture politiche diverse, legittime e importanti si confrontano e si confrontavano nel nostro Paese, era impossibile continuare a immaginare che la rappresentanza fotografica di queste forze politiche costringesse a un modello democratico di tipo consociativo, che impedisce un'espressione matura della democrazia.


GIOVANNI CUPERLO. Si chiama Repubblica parlamentare.


FRANCESCO SANNA. No, quella è un'altra cosa. Il modello consociativo è un vizio del parlamentarismo forse. Ma potremmo andare anche molto indietro.


GIOVANNI CUPERLO. Eh, andiamo...


FRANCESCO SANNA. C’è un deputato che si chiamava Perassi nella Costituente, che ne aveva individuato il rischio, aveva detto che bisognava fare alcune cose per evitare le degenerazioni del parlamentarismo e la Costituente aveva approvato quell'indirizzo nel famoso ordine del giorno che prende il suo nome.
 Ma non è questo il tema. Il tema è che c’è stata una maturazione democratica di questo Paese, che ha visto tutte le forze politiche associate, insieme o in diversi momenti, alla funzione di Governo. Non ci sono più in questo Paese forze politiche escluse dal compito e dalla responsabilità democratica del Governo. C’è una reciproca legittimazione e c'era – e c’è – una reciproca capacità di riconoscere nell'avversario la possibilità che governi, senza scompaginare e senza distruggere il sistema democratico.

È a partire da questo che abbiamo adottato nel nostro Paese sistemi che hanno introdotto, con il superamento di un proporzionale puro, meccanismi correttivi, che intendono con successo a fasi alterne rappresentare l'intenzione dell'elettore, appunto nella prospettazione democratica della propria visione politica e di programma, ma al tempo stesso anche favorire il formarsi dei Governi. È da qui che siamo partiti nella discussione politica dal gennaio del 2014, che si è poi sviluppata in un'iniziativa politica del Partito Democratico. La voglio ricordare. Erano i primi giorni dell'anno, non conoscevamo ancora la sentenza della Corte costituzionale e il segretario neoeletto del Partito Democratico, non ancora Presidente del Consiglio, fece una proposta a tutte le forze politiche. Questa proposta diceva che bisognava metter mano alla legge elettorale e che tutte le forze politiche, per il Partito Democratico, dovevano essere impegnate nella prospettiva della riforma della legge, con un giudizio di partenza ovviamente negativo sulla legge Calderoli.

Senza che vi fosse una proposta di partenza di maggioranza e definita, per così dire, da parte del Partito Democratico, l'impostazione alternativa poteva essere un modello di tipo spagnolo, circoscrizioni piccole con liste bloccate, una ripresa della legge Mattarella, con i collegi uninominali, e alcune modifiche di utilizzazione del 25 per cento della cosiddetta quota proporzionale o un doppio turno a liste concorrenti, secondo un modello simile alla legge dei sindaci. Questa fu la proposta.


E ci fu chi, a partire da questa proposta, ritenne di dover partecipare a una fase di riforma attraverso i lavori parlamentari e attraverso l'elaborazione di un disegno organico di modifica della legge n. 270 del 2005 e chi, invece, si rifiutò totalmente di farlo oppure non riuscì a portare un'idea di superamento del cosiddetto Porcellum, che in qualche modo arrivasse ad avere una consistenza, per così dire, di consensi interni al Parlamento, tale da arrivare all'obiettivo. Un obiettivo che bisognava assolutamente assicurare al Paese, perché in quel momento c'era una sostituzione totale della legge elettorale derivante dal ritaglio della decisione di legittimità costituzionale della Corte rispetto al dovere e al potere del Parlamento di manifestare una sua volontà.

Ecco perché io ritengo che sia utile, onorevole Scotto, dire quali sono i modelli alternativi possibili e non tanto trovare gli argomenti per salvare il soldato Italicum, ma per salvare almeno i principi da cui noi dovremmo partire, se domani ci fosse un salto di qualità propositivo e il suo gruppo e anche altri dicessero a chi ha sostenuto l'Italicum, prima o dopo il pronunciamento della Corte costituzionale, a quale modello alternativo possiamo fare riferimento.

Io leggo nella sentenza che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della legge Calderoli alcuni punti che sono evocati in maniera un po’ approssimativa, mi consenta, nella mozione. Infatti – dice la Corte – la libertà dell'elettore – che è il primo punto che lei vuole sottolineare e che mancherebbe nell'Italicum – risulterebbe compromessa quando il cittadino fosse chiamato a determinare l'elezione di tutti i deputati e tutti i senatori, votando un elenco spesso assai lungo di candidati, candidati che difficilmente conosce. Quindi, il tema è la conoscenza del candidato, che determina la libertà di espressione del voto del cittadino. Se voto una lista di nomi di un contesto territoriale così ampio da rendere inconoscibile il mio rapporto – non conosco il candidato, è impossibile la relazione con esso, ma voto semplicemente un pacchetto che mi propone il sistema dei partiti che predispongono le liste –, io questa libertà non ce l'ho.

Ora l'Italicum l'abbiamo votato in tanti e può darsi che ci siano degli elementi di criticità. Nessun sistema elettorale è perfetto e magari, sottolineandone una funzione, ci si dimentica dell'altra o queste funzioni sono sproporzionate e nelle loro presenze e non perfettamente componibili. Però io ricordo che il Porcellum era una legge in cui avevamo delle mega circoscrizioni elettorali, di milioni di abitanti, ed elenchi lunghissimi di candidati. È stato questo sistema che la Corte ha voluto colpire: candidati non conoscibili uguale mancata libertà dell'elettore. Nell'Italicum abbiamo scelto di fare delle circoscrizioni che sono composte dai 450 mila abitanti ai 650-700 mila abitanti. Mi pare che la differenza sia molto significativa.

Anche il tema della libertà dell'elettore nella designazione di un proprio candidato viene svolto diversamente dalla Corte costituzionale. La Corte non dice: il capolista bloccato o il candidato dell'uninominale è illegittimo. Anche quello dell'uninominale è un candidato bloccato e imposto dalla monocandidatura, per l'appunto, nella constituency elettorale pur più limitata, sarebbe alla fine un nominato; ma la Corte non dice questo.
 E direi che quello che contesta la sentenza della Corte, che qui viene richiamata come riproducibile sul versante dell'Italicum, è piuttosto un'impostazione per la quale non c’è la conoscibilità e c’è una sorta di intrufolarsi di nomi spuri in pacchetti lunghi, in megacircoscrizioni elettorali, territorialmente a volte incomprensibili rispetto alla possibilità dell'elettore di conoscere il proprio rappresentante.

Diverso è anche l'ultimo argomento che voglio trattare rispetto al tema che la mozione non evoca esplicitamente; direi un tema di contestazione un po’ politologico e un po’ costituzionale, che è anche una proposizione intelligente di testimoni della politica di oggi e di ieri, e cioè il tema se sia adatto il sistema del ballottaggio nel doppio turno di voto, alla conformazione dell'elettorato e della cultura politica italiana di oggi e alla presenza di forze politiche talmente incomponibili, per cui verrebbe meno l'insegnamento di chi ci raccontava, in passato, che in un doppio turno – penso a Duverger – vince la posizione che riesce ad attirare al candidato «mediano» le forze più estreme.


Invece noi abbiamo questa rivoluzione, per la quale avremmo una sorta di impazzimento del sistema secondo i critici o, se volete, una piena libertà dell'elettore di esprimersi secondo uno schema che non è più un continuum della destra con la sinistra e quindi dove si posiziona il consenso secondo una identità politica tradizionale, ma mi si colloca dove voglio che reagisca al meglio il mio disprezzo per questo o quel candidato, questa o quella forza che è arrivata al ballottaggio.

Se è questo l'incriminato, beh, è incriminata anche una storia di elaborazione che ha portato il Partito Democratico e prima il centrosinistra unito a proporre il doppio turno di uninominale, per all'incirca una quindicina d'anni, quale suo modello ideale di sistema elettorale e forse, onorevole Scotto, lei che proviene da una scuola politica e da una storia politica che ha visto insieme e alleato il Partito Democratico e i precedenti partiti da cui noi deriviamo in diverse competizioni elettorali, è un tema ed è un problema che riguarda anche la sua cultura politica istituzionale, perché noi quella prospettiva l'abbiamo sostenuta insieme, l'abbiamo sostenuta e proposta agli elettori come nostra particolare cifra di contenuto dell'ipotesi di riforma elettorale.

E allora io dico due cose: primo, non stiamo discutendo, parlando dell'Italicum, di un sistema che oggi non trova più nessun difensore; l'Italicum è la legge che il Parlamento si è data, ha dei pregi e ha dei difetti, i difetti sono molto sottolineati dalla attualità politica che ho raccontato negli ultimi secondi del mio intervento, ma i pregi sono anche quelli di aver riconosciuto che indipendentemente dalla possibilità, diciamo d'astuzia, per cui un sistema elettorale deve servire per far vincere chi lo propone e non invece deve servire al Paese, esso deve invece servire alla democrazia (non ci serve un sistema elettorale che si piega, settimana dopo settimana, a un sondaggio o al risultato di un'elezione amministrativa o comunque non possiamo essere noi a sostenere questa tesi).


E se però, rispetto alle difficoltà evidenziate, rispetto alla critica, rispetto alla riemersione di una volontà riformatrice di una legge elettorale che non è mai stata applicata e che è ancora sub iudice – ripeto: non sono secondo me trasferibili i profili di legittimità costituzionale del Porcellum sull'Italicum, perché c’è stata attenzione, da parte del Parlamento, nel cercare di evitarli e c’è stata un'attenzione che si è concentrata e cristallizzata nella proposta del secondo turno di ballottaggio, se al primo turno nessuno prende il 40 per cento – se si volesse riaprire una discussione, io credo, onorevole Scotto – mi rivolgo a lei perché la sua prima firma è quella della mozione – che dovremmo uscire dalla genericità, non dalla genericità di un'accusa, ma dalla genericità di una proposta alternativa.

È capace, questo Parlamento, di produrre un sistema che sia alternativo o correttivo dell'Italicum, ragionevolmente orientata, questa alternativa, a risolverne supposti problemi o a modificare in maniera più soddisfacente dell'Italicum l'intenzione di assicurare, al Paese e al cittadino italiano, un'espansione del suo diritto democratico ? Espansione vuol dire non rinunciare al voto di rappresentanza, ma vuol dire anche non rinunciare al voto di indirizzo sulla funzione di governo. Perché se questa proposta alternativa fosse solo indirizzata in un ambito – per esempio, come ha detto l'onorevole Cecconi: vogliamo un proporzionale puro, la fotografia, poi vediamo qui, un po’ di governabilità la faremo in Aula – io penso che staremmo tornando indietro.

Non è un modello impensabile, perché è stato sperimentato nel nostro Paese per molto tempo, ma non è il modello adatto alla democrazia italiana di questo tempo, che ha raggiunto un livello di maturità in cui si ha l'alternanza degli schieramenti che programmaticamente si confrontano davanti a un elettore; ed è un elettore arbitro, perché poi è anche questo il tema: il ruolo del cittadino nella determinazione non solo della rappresentanza, ma della funzione del Governo.

Mi piace usare questa espressione rievocando il titolo di un libro che raccoglie scritti di Roberto Ruffilli: «il cittadino come arbitro»; è anche questo il tema che deve porsi una proposta di alternativa o di modifica dell'Italicum.

Se questi principi saranno raccolti, se saranno organizzati, se saranno proposti, io penso che da parte del Partito Democratico non ci siano difficoltà a riesaminarli in una discussione che coinvolga tutte le forze politiche di buona volontà in questo Parlamento.

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