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Il compito dei candidati di "frontiera" nella battaglia democratica per rinnovare la politica
Lettera del giovane filosofo Alessandro Aresu sulla necessit? di una nuova classe dirigente

Caro Francesco,

sono lieto di partecipare al dibattito del tuo sito, che tra l’altro si caratterizza per un banner di Barack Obama esposto ben prima che il senatore dell’Illinois diventasse “di moda”.

Mi hai chiesto una riflessione su un tema spinoso, e tanto più spinoso in campagna elettorale: il rapporto tra rinnovamento e politica.

Ora, che cosa significa rinnovamento, e perché la politica dovrebbe rinnovarsi? Rispondere oggi a queste domande non è affatto semplice. Perché il termine rinnovamento, così come tutta una serie di termini che caratterizzano il dibattito pubblico (vorrei ricordare perlomeno “riformismo” e “liberalismo”), ha ormai perso ogni significato e chiunque può appropriarsene. La parola “rinnovamento” non è di proprietà di nessuno. Vorrei ricordare che il partitino personale imbastito qualche anno fa da un certo Lamberto Dini si chiamava Rinnovamento Italiano, e l’associazione di questo personaggio e di questo termine francamente oggi suscita una certa, e motivata, ilarità.

Nel dibattito politico italiano degli ultimi mesi si è parlato con una certa veemenza di rinnovamento per via della nascita del Partito Democratico, che ha portato due storie politiche italiane in un nuovo progetto, nel quale non hanno confluito soltanto gli iscritti ai partiti che hanno aderito al progetto, ma anche persone che, prima della nascita del Partito Democratico, si collocavano fuori dalla politica attiva (io, per esempio, appartengo a quest’ultima categoria). Si è trattato di un caso per così dire da manuale di rinnovamento della politica. Poi, certo, questo movimento di rinnovamento nel lungo periodo in un periodo più breve può sembrare sconfortante, in particolare in un’ottica che – per parafrasare Foucault – potremmo definire di “microfisica del potere”, in cui la “classe dirigente” dei partiti di provenienza sfrutta la sua stessa lungimiranza dell’adesione al progetto al PD per rivendicare posizioni di potere e di rappresentanza e spartirsele. Devo dire che anche il termine “classe dirigente” oggi mi pare quasi privo di significato, e non solo in politica, ma il discorso diventerebbe lunghissimo e mi porterebbe un po’ fuori tema.

Il problema essenziale, piuttosto, è che rinnovamento e politica non riescono ancora a convivere con schiettezza. Il divario tra società civile e politica non si è ancora ricomposto. E non si è ricomposto soprattutto perché società civile e politica pensano di essere qualcosa di separato, e non due mondi intrisi l’uno dell’altro, e perciò destinati a convivere. Poco meno di un anno fa scrivevo (su un quotidiano sardo di cui non ricordo il nome) che dovremmo metterci in testa che “fare politica, di per sé, è un’attività dignitosa e che non è automaticamente una ruberia”. Continuo a pensare che questa fiducia di fondo sulla dignità e la civiltà della politica sia essenziale per non restare indifferenti, e per portarci oltre un sistema politico in cui i partiti nominano i suoi rappresentanti, e in cui hanno il sopravvento “microfisica del potere” e supposta “classe dirigente”, con l’aggiunta di qualche intuizione pubblicitaria. Nel lungo periodo, se pensiamo che fare politica sia un’attività dignitosa, dobbiamo imparare a praticare il suo rinnovamento. Come? Con un’idea di formazione politica a cui il PD non ha ancora dato adeguate risposte, e che deve rispondere a una questione generazionale che nella società italiana pesa come un macigno. Con un profondo ripensamento del rapporto tra tecnica e politica che ha a che fare con la competenza di chi ci rappresenta. Con un concetto dell’attività politica che è sì “professione” e “vocazione” nel senso di Weber, ma che non deve risolversi in “rendita vitalizia”, e che soprattutto deve mettere all’ordine del giorno la responsabilità e la trasparenza degli eletti.

Purtroppo – e qui concludo – non riesco proprio a condividere il tuo ragionamento sul candidato di “frontiera”. In questa situazione esecrabile in cui i partiti “nominano” i loro rappresentanti, avrei voluto che il mio partito “nominasse” te in Parlamento, invece di relegarti dietro persone che, a mio avviso, non hanno né le tue capacità né le tue idee sulla professione e vocazione politica. Ciò detto, è vero che questa posizione rende la campagna elettorale più appassionante. Perciò in bocca al lupo per la tua frontiera, e anche se per motivi di età non posso votarti, spero che lo faccia un numero di sardi numeroso come le stelle del cielo

Alessandro Aresu


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