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Introduzione a "Dialoghi con Moro" di Antonio Secchi
La prefazione scritta da Francesco Sanna al libro di Antonio Secchi nel maggio 1986

 Tonino Secchi vince oggi un sensibile riserbo che i suoi amici sanno lo ha frenato per lungo tempo dall'offrire questa immagine abbastanza inedita di Aldo Moro, così marcata dall'impronta dell'incontro personale col leader D.C. ucciso dalle Brigate Rosse. Il nostro tempo corre in fretta, nei ritmi di consumo della sua cronaca vorticosa e la memoria storica — se pure vi è —si perde facilmente, non regge alla fatica di essere trasmessa. È più facile quindi che Aldo Moro — pur identificato con la sua tragedia, vissuta nell'intimo della coscienza nazionale — possa subdolamente essere rimosso,senza che noi nemmeno ci si accorga. Questo lavoro va in senso inverso: è, insomma, un piccolo argine all'oblio, allo sbiadire del ricordo.

Gli otto anni che ci separano dalla morte dello statista democratico cristiano sono un periodo che invita a chiederci non solo chi è stato Aldo Moro, quale importanza ha avuto la sua esperienza politica nella storia del nostro Paese, ma anche chi è per noi Aldo Moro, se è possibile e come è possibile e cosa significa misurarsi con la sua figura. Intendo dire per noi che non lo conoscemmo politicamente quando era in vita e che oggi rischiamo di vedercelo svanire tra l'agiografia e soventi tentativi di denigrazione.

Il mio ricordo vissuto è, per esempio, quello di un bambino. Moro, allora Ministro degli Esteri, lo vidi ad Iglesias, in una Piazza Lamarmora gremita all'inverosimile per un suo comizio. Alcuni gruppi dell'estrema sinistra vollero quella sera dimostrare la loro potenza intollerante ed un agente in tenuta di combattimento mi allontanò,intimandomi di tornare a casa, prima che Moro cominciasse a parlare.

A me è stato chiesto di provare a raccogliere il significato voluto dalla pubblicazione di queste lettere: capire e cercare, se vi è, una loro piena «attualità»; tracciarne un possibile senso per chi vive adesso, immerso nelle grandi trasformazioni, e in una esperienza politica giovanile. Comprendere cioè come questa testimonianza particolare e in un certo qual modo «datata» — legata com'è ad un periodo di grande travaglio politico, ma profondamente diverso dalle inquietudini nostre — si trasformi e ci parli ancora.

È una lettura, questa, che non dissimula un'emozione, la nostalgia di ciò che non ci è stato dato. Chi si affaccia oggi all'esperienza politica subisce il disorientamento, una mancanza sempre più evidente e pesante di maestri. La necessità di attingere all'insegnamento di figure esemplari rimane molte volte insoddisfatta. Se per attualità di un pensiero e di un esempio politico si intende prendere una figura ormai cristallizzata nel passato della nostra storia e metterla astrattamente a confronto con una realtà alla quale non può reagire, non può rispondere con l' «intelligenza del proprio tempo», Aldo Moro probabilmente non è attuale, in questo senso banale. Dico questo,però, con molte remore: l'intuizione lucidissima dei problemi che pesano,ancora irrisolti, sulla nostra esperienza democratica, credo sia decisamente valida. Ma l'insegnamento complessivo di Moro mi sembra, questo sì,veramente per il mio tempo: se è vero che anche noi soffriamo le semplificazioni che falsano i problemi, il prassismo senza anima,l'intolleranza, l'assenza di un significato profondo al proprio impegno, l'incapacità di dialogo e di confronto con gli altri.

Per la nostra generazione senza padri, figlia della crisi culturale sopravvenuta alla grande disillusione degli anni settanta, è di grande interesse recuperare gli spezzoni di verità che ogni tanto si lasciano afferrare,vincitori nell'impatto con le divinità abbattute del nostro secolo, le ideologie fallite. Nella prospettiva di questa ricerca, le lettere di Moro al suo giovane allievo lasciano cogliere un messaggio di vera e propria pedagogia politica moderna. Moderna (o moro tea) perchè niente affatto falsamente rassicurante, niente affatto paternalistica o retorica, bensì problematica, venata di quel pessimismo — direbbe qualcuno — «da vecchio testamento» così presente in Moro, di colui che parla prendendo sul serio l'interlocutore, senza paura di puntare in alto, alle grandi domande di senso «... perchè di questo si tratta, di riuscire a credere di avere un dovere da compiere, nella gioia come nell'amarezza» (lettera dell'8 settembre 1970). Nella gioia come nell'amarezza: il richiamo alla realtà umana, divisa e ricomposta in questi sentimenti e nelle vicende che li causano, è costante in Aldo Moro.

Lo ritrovo intatto, sette anni dopo, nel discorso ai giovani D.C. al loro congresso di Bergamo. Forse col presagio dei tempi bui che cominciavano, aveva detto loro che la politica è uno spendersi con la propria forza ideale nella comunità degli uomini,immersi in difficoltà che impegnano ed entusiasmano, «... ma non si sceglie il proprio tempo, nè si ha sempre diritto nella vita a cose esaltanti...». Ecco, se dovessi indicare un pericolo che la politica corre oggi seriamente è che si riveli incapace di proporre «cose esaltanti»,come in larga misura le accade: che si stabilizzi nella mediocrità di troppi suoi attuali interpreti e dei loro obiettivi.

È il rischio, insomma, della «grettezza ed esteriorità» (lettera del quattro aprile 1972) che allontanano dall'esperienza politica e deludono le speranze migliori. Qui vi è certamente una denuncia molto forte, nella sostanza, delle «vuote forme», di ciò che vuol spacciarsi come Politica mentre di essa nega «l'umanità» e la trasparenza. «La ricchezza della nostra umanità completa» — aveva scritto subito dopo la guerra in un editoriale di Studium intitolato «Al di là della Politica» — «va rivendicata a noi contro i pericoli dell'inaridimento e dell'esteriorità» . Così leggo, e mi accorgo di quanto siano distanti,nella loro semplicità le parole di Moro dal grande apparato approntato dalla scienza sociale e storica dei nostri tempi per spiegare i problemi di degenerazione della politica. È bello però ritrovare, al fondo delle cose, il nocciolo duro della loro essenza. Allora mi pare che Moro voglia richiamare l'idea che esiste una vocazione propria della politica, come di un impegno che ha bisogno di salde fondazioni, «morali», in senso pieno. Perchè ieri come oggi è molto alto il «consumo interiore» della politica: anche quando è vissuta con passione sincera essa brucia e divora le energie miglioriche hanno bisogno di essere create e nuovamente ricostituite.

La responsabilità personale e la coscienza divengono quindi la misura di dignità del proprio impegno: «... Di fronte alla ricchezza di ideali e di speranza di una gioventù che viene fuori dalla oscurità e dalla povertà, bisogna prodigarsi pagando di persona...» (lettera del quattro aprile 1972).Questo credo sia un insegnamento da raccogliere e da rafforzare per l'esperienza che da giovani oggi viviamo. La cultura radicale, che dissocia la libertà dalla responsabilità, ha pervaso molti nostri comportamenti, molte nostre categorie mentali. Non a caso ciò che fa più diversa l'esperienza politica giovanile di oggi rispetto a quella degli anni settanta è il muro dell'indifferenza, il credere che la storia segua comunque il suo corso, anche senza il nostro apporto, ormai marginale e poco significante. A volte il sentirsi inutili, la rinunzia a dominare gli avvenimenti nasce in noi dalle soventi sconfitte che la realtà ci infligge.
«Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente al domani, credo che tutti accetteremo di farlo» . È anche la nostra tentazione,spesso. «Ma non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi dobbiamo portare la nostra responsabilità. Si tratta di essere fiduciosi e coraggiosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà ».

Ai giovani della mia generazione spetta, credo, tradurre questo appello (si trova nell'ultimo discorso di Aldo Moro) cominciando a denunciare nei fatti i comportamenti e la retorica che li fanno «cittadini del domani», secondo il noto insegnamento per cui il solo loro problema è divenire adulti.

Per noi essere pienamente e veramente uomini significa però — a dirla con una formula felice — essere un pò meno «la generazione della vita quotidiana». Il traguardo ambizioso e nuovo sarà forse quello di ridare una risposta allo smarrimento dei nostri orizzonti. Riconquistare il futuro, dunque: e capire che ogni uomo e tutti gli uomini devono oggi più che mai mettersi in condizione di costruire la propria esistenza.

Può la politica diventare nuovamente uno strumento efficace per questa aspirazione? Molto dipenderà dai valori, dai progetti, dai comportamenti che innerveranno la nostra esperienza concreta. Moro riteneva che riamare la politica, «affezionare i giovani alla politica (una politica che sia degna di loro) può essere un grande compito per la classe dirigente tutta intera, al Governo come all'opposizione». E invitava a far pesare le speranze e anche solo le «generose illusioni» dei giovani, perchè nel profondo «è una nuova umanità che vuole farsi, è il moto irresistibile della storia». Raccogliere il suo messaggio oggi vuol dire preferire all'inerzia celebrativa i valori dell'intelligenza, della passione, del coraggio, della speranza: ancora una volta. Perchè sappiamo che «nuovi cieli e terre nuove dove abiti la giustizia» non ci sono stati promessi invano.

Francesco Sanna

Delegato provinciale dei giovani D.C. di Cagliari

 


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